Ora la strada è diritta, mangiamo la MERDA e brindiamo alla ditta..
Per fortuna la mia scarsa capacità di memorizzare numeri mi ha permesso di non ricordare le presenze all’Eurochocolate di Perugia dello scorso anno. Potrei fare una ricerca sul web per conoscere il fatidico numero, ma mi manca il coraggio: non reggerei al colpo di trovarmi davanti ad una cifra così alta da superare quella delle presenze ad Umbria Jazz o alla neonata Notte Bianca (quest‘anno a Perugia la prima edizione). Ma è inutile aggrapparsi a deboli speranze o a quanto mai opportuni vuoti di memoria, la verità è suggerita dal colpo d’occhio della massa di gente in ogni strada principale e secondaria dell’acropoli perugina, dai disagi ai residenti e agli utenti stessi (masochisti), dal rumore mediatico, in Umbria l’evento è pubblicizzato in maniera martellante, e penso che lo stesso accada, seppur naturalmente in tono minore, anche fuori dalla regione, e dalle facce contente di quei quattro tabaccai del centro o dalle pupille a forma di euro dei titolari delle boutiques affollate come quando c’era la lira. Per non parlare del “popolo del cioccolato”, triste appellativo ufficiale dei “golosoni di cioccolato”: occhi preoccupantemente persi nel vuoto con le pupille dilatate, stile tossici stra-fatti, che non sono in grado di mettere a fuoco nulla se non un pezzo di fondente puro all’80%, o una tavoletta di ciocco-arancia al peperoncino. Braccia tese al cielo come in presenza di una visione divina per accaparrarsi una delle scaglie di fondente che gli scultori del cioccolato lanciano generosamente alla folla affamata mano a mano che realizzano le loro opere (vi lascio immaginare che capolavori). Gomiti che, nella foga di ricevere la suddetta scaglia, rompono nasi (ho visto gente sanguinare e abbandonare la competizione), bambini che piangono a squarciagola e che spengono l’altoparlante solo quando verrà loro propinato almeno mezzo chilo di “Svizzero,no,Novi” al latte, ma che alla sera torneranno clamorosamente a piangere causa lancinante mal di pancia e successiva diarrea. Come può la “ciocco-voglia”, anche quando è irrefrenabile, giustificare tutto questo? Se poi pensate che all’interno degli stands dei vari produttori (rigorosamente spietate multinazionali) i prezzi sono talmente elevati che le tavolette di cioccolato sono vendute con rincari che vanno dal 20% al 100% rispetto a quelli applicati in un qualunque supermercato o negozio di dolci, verrà sicuramente da chiedervi: ma la gente che ce va a fa‘? Me lo domando da qualche anno e ancora non trovo la risposta. Ovviando a tale questione, mi sono allora domandato: che la fanno a fa’? La risposta questa volta è facile e drammaticamente lampante. Considerando che Perugia non è una città che ha bisogno di pubblicità, o meglio,che non ha bisogno di un certo tipo di pubblicità come l’Eurochocolate, ben venga invece la diffusione del nome della città se legata ad Umbria Jazz o alla Notte bianca o addirittura alla costruzione del Minimetrò. Preso come dato che non è organizzata direttamente dal comune, che si limita a concedere le migliaia di metri quadrati alle varie case produttrici per gli stands, l’unica risposta plausibile è che la manifestazione è organizzata SOLO ED ESCLUSIVAMENTE per far guadagnare una montagna di quattrini alla Lindt, alla Novi, alla Nestlè, alla Ferrero, e a tutti gli altri produttori di “oro marrone”. L’immagine che ne viene fuori è quella di un gigantesco negozio di cioccolata (e cazzate ad essa legate quale il trenino del cioccolato e il negozio del parrucchiere che acconcia i capelli col cioccolato e chi più ne ha più ne metta). Un negozio a cielo aperto al pari di una qualunque squallida fiera. Con venditori con l’unico obiettivo di lucrare e compratori con l‘obiettivo di mangiare, sporcare, spendere vergognosamente. E la cosa sconvolgente è che il negozio risulta essere Corso Vannucci, e con esso Piazza IV Novembre, il corso e la piazza principale della città. Luoghi carichi di storia, di arte e cultura trasformati in un negozio. Di cioccolata. L’ennesima necessaria domanda da porsi è allora la seguente: come mai il gigantesco negozio della cioccolata non viene spostato in un altro ambiente della città più consono alla sua caratura culturale (cioè nessuna) e magari anche adatto a supportare e sopportare i suoi bisogni logistici? Non sarebbe più adatto far svolgere Eurochocolate a Pian di Massiano? Magari quando i “baracconi“, cioè il luna park e la fiera dei morti hanno chiuso i battenti. Oppure a piazzale del Bove dove regna il nulla più assoluto? Perché l’ammistrazione comunale è così masochista (o forse cieca) da non capire che Eurochocolate fa male a Perugia e delude quelle persone come me che vogliono solo il bene per la città? E che la smettano di respingere la miriade di accuse nascondendosi dietro al fatto che Eurochocolate è un sistema per la propaganda delle bellezze della città umbra, non ci prendano in giro: il “popolo del cioccolato” si chiama così perché vuole una cosa sola, e non si tratta della visita ad uno dei tanti musei perugini e nemmeno nessuno pensa ad ammirare le meraviglie architettoniche medievali dell’acropoli (peraltro oscurate dagli invadenti stands). Il popolo del cioccolato, per definizione, è voglioso di cioccolato e vuole darsi al consumismo più sfrenato. Tanto che la stragrande maggioranza di esso sembra quasi snobbare gli stands di “Equochocolate“ e di “Altro Cioccolato”, organizzato dall’Associazione Umbria EquoSolidale che si svolge a Gubbio. Quando finirà questa fastidiosa e inutile sagra di bassa categoria? Quando Perugia, il suo comune e i suoi cittadini riacquisteranno la perduta dignità? Quando Perugia tornerà ad essere famosa per le sue bellezze, per l’arte, la cultura, per le sue manifestazioni (Umbria Jazz su tutte) e non per un volgare evento di massificazione quale Eurochocolate?
Teddiiiiiiiiiiiiiii
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